L’odio in rete: quali sono le categorie più bersagliate

Viviamo in un’epoca in cui l’odio in rete si fa sentire in maniera sempre più pressante: è un fenomeno che non solo mina il benessere psicologico delle vittime, ma influisce anche negativamente sulla società nel suo complesso. Purtroppo i social network sono parte integrante della nostra quotidianità: sono strumenti che facilitano la comunicazione e la condivisione, ma che possono diventare luoghi tossici e pericolosi.

I social network sono dannosi? Pro e contro

I social media offrono indubbi vantaggi, come la possibilità di connettersi con persone lontane, accedere ad informazioni in tempo reale e creare comunità intorno ad interessi comuni. Tuttavia, queste piattaforme presentano anche degli svantaggi. Tra i più gravi, vi è la facilità con cui si diffondono contenuti negativi e polemici. Gli algoritmi dei social premiano la viralità, spesso a scapito della qualità, promuovendo contenuti che suscitano emozioni forti, come rabbia e indignazione.

Ormai è diventato di uso comune il termine “hater” con il quale si indica individui o gruppi che esprimono critiche distruttive, rabbia e odio nei confronti di altri utenti o contenuti online. Questo comportamento trova terreno fertile sui social media, dove l’anonimato e la distanza fisica permettono di agire senza le conseguenze che si affronterebbero nel mondo reale. Gli hater non si limitano a commenti isolati: spesso si organizzano in comunità, rendendo l’odio un fenomeno collettivo e ancora più pericoloso.

Meccanismi alla base della viralità dei contenuti negativi

La brutta notizia è che non è possibile bloccare l’odio in rete: la struttura stessa dei social media contribuisce alla diffusione di sentimenti negativi. Gli algoritmi favoriscono i contenuti che generano più interazioni e la rabbia è una delle emozioni che stimola la partecipazione degli utenti. Più un contenuto è polemico, più ha probabilità di essere condiviso, commentato e visualizzato.

Un altro elemento cruciale è l’anonimato, che riduce il senso di responsabilità personale e incoraggia comportamenti aggressivi. Inoltre, l’assenza di meccanismi per esprimere dissenso, come un pulsante “dislike” efficace, crea un ambiente in cui le opinioni estreme sembrano più accettate di quanto non siano realmente.

Statistiche sulla diffusione della rabbia e dell’odio sui social

Tantissimi studi confermano la pervasività dell’odio online. Ad esempio, una ricerca della Warwick Business School ha evidenziato come l’assenza di feedback negativo visibile amplifichi le opinioni estreme. Gli utenti che ricevono approvazione attraverso like e condivisioni sono incentivati a pubblicare contenuti sempre più estremi.
Sono soprattutto le minoranze e le donne, spesso bersagli principali di discorsi d’odio, che percepiscono i social media come spazi ostili e poco sicuri. Ma vediamo ora più nello specifico tutte le categorie coinvolte.

Le categorie più bersagliate dall’odio in rete

Le statistiche offerte dal sito ufficiale delle Nazioni Unite (ONU) ci mostrano quali sono le categorie di persone più bersagliate dall’odio in rete.

  1. Gruppi minoritari Minoranze etniche, religiose e linguistiche sono spesso vittime di discorsi di odio, con incitamenti alla violenza e ripercussioni sulle vicende reali.
  2. Migranti e rifugiati Sono dipinti come una minaccia alla sicurezza o incapaci di integrarsi, aumentando stereotipi e polarizzazione.
  3. Donne Subiscono violenza di genere, sia online che offline, inclusi revenge porn, stalking, sextortion e cyberbullismo.
  4. LGBTQI+ Bersaglio di discriminazione e violenze dovute alla loro identità o orientamento sessuale, spesso normalizzate da retoriche intolleranti.
  5. Professionisti e giornalisti Giornalisti e altre figure pubbliche sono presi di mira dagli haters e spesso accusati di diffondere “fake news”.

Se andiamo a guardare anche la settima edizione della Mappa dell’Intolleranza, realizzata da Vox Diritti in collaborazione con diverse università italiane, vediamo che nei dati del 2022 ricavati da Twitter si è verificato un aumento significativo dell’odio online. Il 93% dei tweet rilevati è classificato come negativo, contro il 69% del 2021.

Le categorie più colpite dall’odio online nel 2022 sono: donne (43,21% dei tweet negativi), persone con disabilità (33,95%), persone omosessuali (8,78%). Altre categorie includono migranti (7,33%), ebrei (6,58%) e musulmani (0,15%).

Perché i social media incentivano il comportamento tossico

Le piattaforme social hanno un interesse economico nel mantenere gli utenti coinvolti il più a lungo possibile. I contenuti polarizzanti, sebbene dannosi, generano traffico e interazioni, aumentando i ricavi pubblicitari. Questo approccio pone in secondo piano l’etica e il benessere degli utenti, creando un ambiente che spesso premia il conflitto piuttosto che il dialogo costruttivo.
Inoltre l’utilizzo di sistemi di monitoraggio automatici basati su algoritmi di intelligenza artificiale, limitano le possibilità di controllo.

Anche quando le piattaforme introducono misure per moderare i contenuti, come la rimozione del conteggio pubblico dei “dislike” su YouTube, queste scelte possono risultare inefficaci o addirittura controproducenti. Reddit, ad esempio, permette il “downvote”, ma spesso questo strumento viene usato per indicare contenuti irrilevanti piuttosto che per esprimere un reale dissenso.

L’impatto psicologico dell’odio online

L’odio sui social non si limita a danneggiare le vittime: ha effetti devastanti anche sugli osservatori e sulla collettività. Le vittime possono sviluppare ansia, depressione e isolamento sociale, mentre gli osservatori possono diventare desensibilizzati o addirittura emulare comportamenti tossici. Come spiega un approfondimento di ScienceDirect, per chi perpetra l’odio, invece, l’attività diventa gratificante, poiché offre un senso di appartenenza e validazione all’interno di comunità affini.

Affrontare l’odio sui social richiede un approccio multilivello. Le piattaforme dovrebbero implementare algoritmi più etici, capaci di bilanciare la visibilità dei contenuti virali con la qualità e il rispetto. Inoltre, è fondamentale promuovere l’educazione digitale per insegnare agli utenti a riconoscere e contrastare comportamenti tossici.

Per gli utenti, è importante segnalare contenuti offensivi senza condividerli o commentarli e supportare iniziative che promuovano un utilizzo responsabile dei social media. Solo attraverso un’azione collettiva possiamo sperare di rendere le piattaforme digitali luoghi più sicuri e inclusivi.

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